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Sezione Prosa Classi elementari Premiati
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NON SONO PIÙ SOLA
Sono Catia, una ragazza di
dodici anni. La storia che sto per raccontarvi avvenne circa due anni fa. Quello fu un periodo molto duro per me. Dopo che i miei genitori che amavo molto si separarono, mio padre mi mise in un collegio.
Lì non
conoscevo nessuno e la stanza che mi avevano dato era molto buia, fredda e piccola. Non c'era niente tranne un lettino, un comò e una scrivania con una sedia. Stavo molto male perché le altre ragazze che stavano lì non mi parlavano e stavano sempre tra di loro. Le giornate sembravano sempre tanto lunghe, fino a quando arrivò una ragazza di nome Francesca. Anche lei era sola, ma lei era diversa, era molto diversa: era allegra, rideva, scherzava e giocava moltissimo.
Il 22 Agosto avvenne una cosa molto strana. Quel giorno era martedì e come sempre avevamo lezione d'italiano alle ore 9.30. Normalmente alle 9.00 dei mattino Francesca cominciava a
correre per le stanze, a vedere se le altre erano già sveglie, però quel giorno stranamente non si sentiva niente, anche se la mia stanza era vicina a quella di Francesca. Così mi venne l'idea di andare da lei e guardare che cosa era successo. Quando entrai nella stanzetta e stavo per chiamarla, rimasi a bocca aperta; Francesca non c'era. Così andai subito dalla maestra Giorgina a dirglielo. Ma la maestra dopo avermi ascoltata disse, stranamente tranquilla: Francesca ha avuto un malore ed ora sta in ospedale. Ma se vuoi oggi pomeriggio puoi venire assieme a me e l'andiamo a trovare all'ospedale“.
lo che ancora non ci credevo dissi solo „Si, molto volentieri.“ Dopo questo discorso con la maestra andai subito in giardino a raccogliere delle rose rosse, le preferite di Francesca.
Quel pomeriggio diventò uno dei più belli della mia vita. Quando Francesca mi vide arrivare, mandò un grido di felicità. Era sola in stanza e fino quell'ora non era andato nessuno a trovarla.
Felicissima di vedermi iniziò a raccontarmi tutto di lei e io tutto di me. Così non ci accorgemmo del tempo che passava. Poi quando erano verso le sette di sera e la maestra voleva
ritornare in collegio, Francesca non voleva più lasciarmi andare via da lì... E proprio in quel mento ho capito di aver trovato una dolcissima amica in Francesca. Dopo che Francesca
era uscita dall'ospedale, io e lei stavamo sempre molto assieme, giocavamo, studiavamo, ridevamo e facevamo molte altre cose. E finì così il tempo duro per me.
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LE COSE BELLE FINISCONO SEMPRE
Il mio primo
giorno di scuola fui accompagnata da mia madre. Quando entrai nell'aula ero molto timida. Ero l'unica che era seduta vicino ad un bambino. A me non importava tanto, anzi, era meglio, così davo più ascolto a quello che dicevano gli insegnanti.
Il bambino seduto accanto a me si chiamava Luciano. Era un bambino molto sveglio in confronto a me. Quando avevo difficoltà nelle diverse materie, mi aiutava un tantino.
E così di giorno in giorno, mi innamorai di lui. C'era una mia amica che, pazza di gelosia, gli disse che io ero innamorata di lui. Così mi chiese se era vero. lo non gli risposi dalla vergogna. Poi disse che
gli piacevo, allora io gli dissi la verità e diventammo buoni amici e un po' di più: fidanzati. Il tempo trascorse e un giorno mi disse mia madre: „Senti io e tuo padre non vogliamo più vivere insieme e
così ho un rimedio: andremo ad abitare dalla nonna, perciò dovremo andare via di qui.“ Mi era preso uno shock da non poter più parlare in quel momento. A scuola lo dissi a Luciano che mi promise di
scrivermi ogni giorno e di venirmi a trovare. Il giorno del trasloco gli detti un bacione grosso. I primi mesi mi scrisse e poi sempre di meno, finché non mi scrisse più. Chissà se si era messo con un'altra.
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BIANCO E NERO
C'era una volta un bambino nero che si chiamava Meron, frequentava la V classe. Ogni giorno andava a scuola ben vestito ed era molto bravo. Alla prima ora c'era matematica, la sua materia
preferita. Quando alzava la mano il maestro tedesco non lo interrogava mai perché era nero e diceva che era antipatico. Certe volte lui pieno di tristezza piangeva in classe. Tutti gli scolari lo
prendevano in giro e se parlava gli davano schiaffi. All'ultima ora c'era disegno, lui sapeva disegnare molto bene, usava dei colori forti e vivaci. Lui sapeva disegnare le facce degli scolari e
prendeva dalla maestra preferita sempre dieci. Alla fine della lezione i maschi si riunivano e parlavano tra di loro sotto voce per decidere cosa dovevano fare per mandare via il nero. Appena Meron usciva
dalla porta i maschi facevano intorno a lui un cerchio e gli dicevano tante brutte parolacce. Meron cercava di difendersi „Io non vi ho fatto niente“ diceva, „Lasciatemi in pace!“ I ragazzi si buttavano su
Meron e lo riempivano di calci, schiaffi, gli sputavano in faccia. Un giorno uscendo da scuola vidi il povero Meron circondato da un gruppo di ragazzacci che lo maltrattavano e io subito corsi a chiamare
il direttore, che prontamente è uscito nel cortile e ha gridato „Finitela!“ Tutti rimasero senza parole, quando hanno visto il direttore. Il direttore ha annotato i nomi dei ragazzi, ha chiamato i
genitori e gli ha fatto una predica che i tedeschi non devono portare odio contro gli stranieri. Meron lo stesso giorno andò dal direttore per farsi visitare: si era spezzato un braccio. Ma non solo, da quel
giorno Meron non fu più lo stesso: era diventato silenzioso, pensieroso, non aveva più voglia di disegnare, di giocare con i numeri. Non si vedeva più giocare durante la pausa e un giorno non venne più a
scuola. Abbiamo saputo poi che era tornato per sempre in Africa.
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Sezione Prosa Classi medie Premiati
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GITA A VENEZIA
Durante la lezione di italiano
ci si domandò se sarebbe stato possibile fare una gita nella nostra patria, cioè l'Italia. Così decidemmo di farne una a Venezia, città che noi sapevano unica al mondo. Di giorno in giorno il programma si
precisò così ben che
non vedevamo l'ora di partire. E quando la nostra insegnante ci fece vedere un film su Venezia e leggere alcune pagine di scrittori famosi su di essa, io iniziai a sognare: con l'immaginazione ero già a spasso per le calli, stradine buie e misteriose e per le piazzette... o a chiacchierare con i veneziani... Così il 31.03.1997 ci trovammo tutti pronti per partire.
Quanta emozione e quanta eccitazione! Partire senza i genitori ci faceva
sentire già adulti, responsabili di sé stessi e allo stesso tempo liberi. Il viaggio iniziò alle otto di sera e si concluse alle nove dei mattino. Nessuno di noi dormì naturalmente. Eravamo come ubriachi di gioia. E stranamente non eravamo neanche stanchi.
E non lo fummo neanche nei giorni successivi quando le notti le trascorrevamo in bianco e i giorni a girare per Venezia. Questa città era veramente incredibile! Fin dal primo momento mi colpirono i
colori: il blu dei cielo sereno che si rispecchiava sul Canal Grande, il bianco dei palazzi di marmo che si sdoppiavano nell'acqua. Mi colpì anche la gentilezza delle persone che sorridevano e si esprimevano in
una lingua
melodiosa: il veneziano. Il secondo giorno iniziammo la scoperta vera e propria della città: la girammo dapprima in gondola. Il gondoliere era simpatico e chiacchierone e ci raccontò tante storie d'altri tempi: il Ponte dei Sospiri dove passavano i prigionieri condannati a morte, e che prima di morire „sospiravano“.
E poi la casa di Marco Polo, di Giacomo Casanova e tanti bellissimi palazzi e chiese di straordinaria bellezza. Mi colpì vedere come tutta la
vita di Venezia si svolge veramente sull'acqua: c'erano barconi che trasportavano sabbia o materiali da costruzione, altri, mobili o generi alimentari e tutto il ritmo della vita era più lento, senza stress e senza rumori, senza macchine, solo lo sciacquio dell'acqua contro i palazzi e le voci dei gondolieri. Dopo visitammo il Palazzo Ducale e le sue prigioni segrete. In quelle prigioni nei secoli passati, ci furono personaggi illustri e famosi. Le celle erano piccolissime e ci sembrava quasi di sentire ancora i lamenti dei prigionieri, poverini, specialmente quando visitammo la stanza delle torture. La visita alle sale dei Palazzo Ducale durò solo un'ora, ma poteva durare una settimana, talmente tante erano le cose da vedere: quadri e affreschi enormi, bellissimi e nomi di pittori illustri: Tintoretto, Tiziano, Tiepolo...
La Piazza San Marco è il più bel salotto dei mondo. Da una parte c'è la Basilica di San Marco, il Campanile e dall'altra la Torre dell'orologio e il caffè più famoso del mondo. Ma se dovessi
descrivere tutto ciò che ho visto di Venezia, avrei bisogno di qualche giorno, perciò finisco questo tema
sperando di tornarci ancora. Quello che ci ha dato questa città nei pochi giorni che ci siamo stati è veramente tantissimo. Sul treno del ritorno eravamo tutti tristissimi: com'era brutta Mannheim in
paragone! Ci dicevamo però uno all'altro: è stata un'esperienza che ricorderemo anche fra trent'anni.
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UN INCONTRO MISTERIOSO
Questo fatto che sto
per raccontarvi è stata un'esperienza che dopo tantissimi anni, dopo undici anni, ancora non sono riuscita a dimenticare. Un'esperienza che ancora oggi mi fa vivere nell'incertezza e nella paura. Prima che mi accadesse questa storia ero sicura di quello che pensavo sull'occultismo e sugli spiriti. Sapevo che esisteva la magia nera, ma non credevo negli spiriti, fino ad un giorno in cui l'ho incontrata.
lo stavo tornando a casa, erano già le quattro
del mattino ed avevo appena finito di lavorare in una discoteca, che si trovava a cinquanta Km di distanza dalla città in cui abitavo. All'improvviso ho visto lei, una donna pallidissima con un bambino in braccio. Mi fermai non sospettando di nulla, aprii lo sportello e le chiesi se aveva bisogno di un passaggio. Lei non mi diede nessuna risposta e senza dire una parola si sedette in macchina. Nello specchietto osservavo la donna che fissava il bambino e che sembrava una morta, tanto il suo viso era bianco.
Ad un tratto fece segno di fermarmi, senza ancora dire una parola. Eravamo arrivati davanti a un campo di grano e lei, ancora fissando il suo bambino in braccio, scese dalla macchina camminando
dritta verso il buio. lo volevo chiederle se magari avesse bisogno d'aiuto, ma non mi diede il tempo di farlo perché appena scesi per fermarla lei era già scomparsa. La mattina dopo andai nel paese più
vicino al campo di grano. Mi misi a descrivere quella misteriosa pallida donna col bambino, ma nessuno sembrava conoscerla. Poi più di qualcuno mi disse che una donna era morta un anno fa ai bordi di una strada
a un paio di
chilometri di distanza da lì. lo per assicurarmi che la „donna“ che avevo portato con me in macchina non era un fantasma, andai al cimitero, e quel giorno è stato il giorno più inquietante della mia vita: lì attaccata alla lapide vidi la foto di quelle due persone.
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AMORE PROIBITO
In un bel giorno di ferie, mi alzai di mattino presto. Guardai nella buca delle lettere, come ogni mattina, e trovai una cartolina di invito per una festa di compleanno della mia amica Susanna.
Finalmente arrivò quel giorno. Quando arrivai là, c'era musica
forte, luce dappertutto e molte ragazze e ragazzi che ballavano. Vidi un ragazzo scuro, capelli neri ricci e occhi grandi dal colore verde. Ci guardammo tutto il tempo, per me era amore a prima vista. Mi invitò a ballare un ballo lento, i nostri corpi erano molto vicini e il mio cuore batteva forte, forte. Sentivo le sue mani calde sulle mie spalle, il suo profumo che mi faceva sciogliere come giaccio e la canzone che seguiva i passi del ballo. Non avevo mai sentito un sentimento così profondo come in quel giorno. Ci scambiammo i nostri numeri di telefono e così scoprii che era uno straniero, era un ragazzo turco.
Ci telefonammo ogni giorno e in un giorno di maggio ci incontrammo in un bellissimo posto, dove c'era il prato con gli alberi e tantissimi fiori. Si sentiva il profumo di primavera. Non era la prima
volta che ci incontravamo, ma era un giorno speciale, lui cominciò a baciarmi e così scoprii che provava un sentimento forte per me: mi amava. Da quel giorno in poi eravamo una coppia felice. Ma poi scoprii
che diventava una storia seria e così cominciai a preoccuparmi. Eravamo insieme già da tre mesi. Ci amavamo tantissimo ed eravamo inseparabili. Poi si avvicinarono le vacanze estive. E così io andai per
cinque settimane in Italia e lui in Turchia per quattro settimane. Ci telefonavamo e scrivevamo. Avevo conosciuto tantissimi
ragazzi italiani carini, ma la mia testa e i miei pensieri erano là, dal mio ragazzo in Turchia. E così scoprii che non ho mai amato un ragazzo così tanto. lo amo l'Italia, l'ambiente e la gente. Ma io amo anche il mio ragazzo e non me ne frega di quale nazione lui sia. Ci eravamo già messi insieme da un anno. Ci incontravamo di nascosto, ma lo stesso era bello. lo provai a nasconderlo ai miei, finché un giorno non mi riuscì. I miei genitori mi avevano visto con lui, mentre ci baciavamo. Quando arrivai a casa c'era un casino perché lo amavo tanto e perché loro dicevano che lui non se lo meritava. Feci capire ai miei genitori che lo avevo lasciato e così avevano di nuovo fiducia in me. Ma non era vero. Non ce la facevo a lasciarlo. Ogni giorno eravamo insieme, era bellissimo. Per il mio compleanno e per il suo, ci facevamo i regali, per Natale lui a me. Era passato di nuovo un anno, allora eravamo insieme già da due anni. Ma abbiamo avuto anche tanti problemi, perché io non ero una turca e lui non era un italiano. Ogni volta quando parlavamo della religione bisticciavamo, perché lui vorrebbe che io, se lo sposassi, diventassi mussulmana. Questo ci dava problemi, ma il resto era bellissimo.
Ma poi un giorno triste e di pioggia lo lasciai con un filo di parole, perché mi rendevo conto che noi due non avevamo futuro. Lui la prese molto male, non
finiva più di piangere e mi telefonava ogni giorno. Adesso sono passati tre anni da quel giorno triste, ed ho un ragazzo italiano con cui sono molto felice. Ci amiamo tantissimo, ma ancora penso a quel ragazzo turco, anche se lui adesso è in Turchia, per sempre. Credo che non finirò mai di amarlo.
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